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3.
Azioni sulle ciminiere
In
questo paragrafo vengono riportate le azioni che più frequentemente
agiscono sulle ciminiere e di cui bisogna tenere conto nella
progettazione.
Una
particolare attenzione verrà riservata all’azione del vento
che è oggetto di studio della presente tesi.
3.1.
Alte temperature
Nella
progettazione delle ciminiere si deve tenere conto dell’alta
temperatura dei gas, sia in normali condizioni di esercizio
sia come risultato di situazioni straordinarie. In tali circostanze
è bene adottare opportuni accorgimenti nella scelta del tipo
di materiale: ad esempio, è possibile adottare mattoni refrattari,
capaci di resistere alle alte temperature, per costruire il
fusto della struttura.
A
volte comunque l’alta temperatura può essere causata da un
improvviso incendio o per un’escursione termica non prevista
all’interno della ciminiera. Questo può avvenire, soprattutto
nel caso di raffinerie, per una rottura di un condotta all’interno
della fornace che riscalda i fluidi infiammabili: le grandi
quantità di fluido rilasciate bruceranno immediatamente, e,
nel caso in cui non ci sia una sufficiente quantità di ossigeno
per completare la combustione, il fluido non bruciato sarà trasportato
all’interno della ciminiera, dove, entrando in contatto con
l’aria e per effetto delle alte temperature cui è soggetto,
brucerà provocando un ulteriore ed improvviso aumento della
temperatura.
3.2. Distribuzione non uniforme della temperatura
Quando
all’interno di una ciminiera, avente un’unica canna fumaria,
entrano gas di diverso tipo, il miscelamento di questo può avvenire
abbastanza lentamente e potrebbe non essere completo finché
i gas non si sono spostati verticalmente, all’interno della
canna fumaria, di una quantità all’incirca pari a sei volte
il diametro della ciminiera. Come conseguenza di ciò, il fusto
della ciminiera può essere soggetto ad una distribuzione non
uniforme della temperatura, che può provocare forti distorsioni
e stress termici. Questo avviene in particolar modo nelle ciminiere
in acciaio, che sono più delle altre sensibili a questi improvvisi
cambi di temperatura. Per ovviare a questo fenomeno, spesso
si cerca di rinforzare il guscio esterno mediante l’applicazione
di vincoli radiali, o meglio di anelli in acciaio, o anche in
cemento armato, che garantiscono una maggiore resistenza a queste
distorsioni.
3.3. Incrementi di pressione
E’
ovvio che, se esiste il rischio di improvvisi incendi all’interno
del fusto della ciminiera, necessariamente si deve tener conto
della possibilità che avvenga una esplosione dei gas. Questa
genera degli improvvisi incrementi di pressione sulle pareti
del guscio portante ed è particolarmente pericolosa nel caso
di ciminiere in mattoni non rinforzate. Nel caso in cui vi sia
un forte rischio di esplosioni, o in generale di forti pressioni
all’interno della ciminiera, è bene sempre rinforzare il guscio
portante della ciminiera.
3.4. Azioni del sisma
Come
la maggior parte delle strutture civili, anche le ciminiere
sono soggette all’azione del sisma ed è quindi opportuno, in
fase di progettazione, utilizzare dei coefficienti di sicurezza,
riportati dalle normative internazionali, che garantiscano l’incolumità
della struttura durante tutto l’arco della propria vita.
3.5. Azione del vento
Effetti dell’azione longitudinale del vento
Sotto
l’azione del vento, le ciminiere sono soggette ad una forza
longitudinale, che agisce nella stessa direzione della velocità
media del vento, e ad una forza trasversale a tale direzione.
Nella
direzione longitudinale del vento, una ciminiera è soggetta
a forze orizzontali, il cui valore è ricavato sulla base di
considerazioni climatologiche, meteorologiche e aerodinamiche:
le forze medie sono proporzionali al quadrato della velocità
media del vento e quelle dinamiche al prodotto tra la velocità
media e la componente longitudinale della turbolenza, e sono
quindi indipendenti dalle proprietà meccaniche della struttura,
come la sua massa, la sua flessibilità e il suo smorzamento.
Le
normative di solito fanno riferimento ad una velocità media
di riferimento: ad esempio nella normativa del CICIND la velocità
è calcolata ad una quota pari a 10m dal suolo per un periodo
pari ad un’ora e avente un periodo di ritorno di 50 anni. La
normativa riporta anche il valore dei coefficienti di sicurezza,
il cui uso assicura che la probabilità che una ciminiera in
cemento armato collassi sotto la spinta di tali forze sia compresa
tra valori non maggiori di uno su 5000 e di uno su 10000 durante
il suo periodo di vita, a seconda delle caratteristiche geometriche
della struttura.
Oscillazioni
trasversali alla direzione del vento
Quando
il vento soffia su una ciminiera, i vortici si staccano dal
mantello ad intervalli regolari e in maniera alternata da una
parte e dall’altra, generando delle pressioni e depressioni
che sono la causa delle forti oscillazioni trasversali della
struttura. Come si vedrà, la frequenza a cui questi vortici
si staccano dipende dalla velocità del vento e dal diametro
della ciminiera. Quando tale frequenza è all’incirca uguale
alla frequenza propria della struttura, si può avere il fenomeno
della sincronizzazione e gli effetti della risonanza possono
amplificare la risposta della ciminiera: se la sua massa e il
suo smorzamento strutturale sono bassi, tale fenomeno provoca
delle forti oscillazioni che possono portare al collasso della
struttura. Generalmente le ciminiere in cemento armato risentono
meno di tali fenomeni, avendo una massa e uno smorzamento sufficienti
a garantirne la stabilità, mentre le ciminiere in acciaio sono
più sensibili alle azioni trasversali del vento.
3.6. Rappresentazione e modellazione del vento
Le
ciminiere, utilizzate negli impianti industriali, costituiscono
una tipologia strutturale particolarmente sensibile alle azioni
del vento a causa della loro snellezza e della loro elevata
deformabilità. Come già visto, infatti, in aggiunta alle vibrazioni
longitudinali, contenute nel piano del vento, possono manifestarsi
vibrazioni ben più gravose nel piano ortogonale al primo in
conseguenza del fenomeno del distacco dei vortici di Von Karman.
Per effetto del numero molto elevato di ripetizioni di tali
vibrazioni e quindi delle corrispondenti oscillazioni di tensione,
si può verificare il danneggiamento progressivo per fatica del
materiale, oppure addirittura il collasso immediato della struttura
per superamento del carico di snervamento del materiale o per
instabilità dell’equilibrio.
In
questo paragrafo ci si limita a dare alcune nozioni sulla modellazione
dello strato limite atmosferico, ossia di quella porzione dell’atmosfera,
in cui caratteristiche del vento sono influenzate dalla presenza
del suolo.
Il
suolo infatti modifica il flusso atmosferico a seconda degli
elementi che interagiscono con esso. Tali elementi possono essere
ricondotti a tre tipi diversi:
L’influenza
esercitata dall’orografia consiste nella creazione di percorsi
preferenziali che portano ad accelerazioni o decelerazioni del
flusso d’aria. La rugosità del terreno è invece la causa primaria
della nascita dello strato limite atmosferico. L’influenza degli
ostacoli è localizzata: più intensa sottovento ad essi, fino
a distanze di circa 10 volte ed a quote di circa 3 volte le
dimensioni dell’ostacolo; dopo di che il flusso “dimentica”
tale effetto, per la rapida tendenza dello strato limite atmosferico
a riportare l’equilibrio tra il gradiente di pressione e le
forze di attrito. Questi tre elementi contribuiscono, in diversa
misura, ad aumentare la turbolenza del vento in prossimità del
suolo. A ciò si aggiungono gli effetti termici indotti dalla
superficie che anche modificano il flusso atmosferico.
All’interno
dello strato limite atmosferico, il vento viene studiato come
un processo stocastico multidimensionale, per il quale occorre
cioè conoscere non solo la dipendenza dal tempo, ma anche quella
dalla posizione. Per semplicità di trattazione, le due dipendenze
vengono di solito analizzate separatamente, e quindi lo studio
ne risulta scisso in due parti: una prima diretta ad analizzare
le caratteristiche puntuali del vento, ed una seconda che ne
analizza la distribuzione spaziale.
3.6.1 Spettro della velocità del vento
L’aspetto
di una registrazione della velocità istantanea fornita in un
giorno qualsiasi da una stazione o da un osservatorio è del
tipo mostrato in Figura
1.7 :
Figura
1.7 - Aspetto
di una registrazione
Da
questo tipo di registrazioni si deducono, mediante opportune
elaborazioni statistiche, le proprietà del vento da assumersi
in sede di progetto nella località in esame.
Sia
V il modulo del vettore velocità del vento e sia
Svv lo spettro di potenza di V.
La
Figura 1.8 riporta un esempio di spettro di potenza Svv
a lungo termine della velocità del vento. Lo spettro presenta
quattro picchi ben evidenti; due di questi sono rispettivamente
a periodi pari ad un anno e un giorno e rappresentano la periodicità
annuale e quotidiana dei fenomeni meteorologici; un terzo picco
è presente a periodi di circa 4 giorni, e individua in questo
lasso di tempo la durata media degli eventi eolici; il quarto
picco è posizionato a periodi molto più bassi (da qualche secondo
a qualche minuto) e rappresenta la turbolenza atmosferica.
Nella
stessa località, al variare della posizione degli ostacoli attorno
allo strumento di misura, variano ovviamente le caratteristiche
di turbolenza del vento. Nel grafico di Svv,
queste variazioni si traducono in una diversa distribuzione
di componenti nel quarto picco, mentre la forma del primi 3
picchi rimane immutata.
Figura
1.8 - Rappresentazione ideale di uno spettro a lungo termine
della velocità
Le
caratteristiche osservate suggeriscono di distinguere i fenomeni
climatici dai fenomeni propri delle raffiche di vento. A questo
scopo si rappresenta la velocità del vento mediante due distinte
grandezze: una velocità. media U (su un intervallo di
tempo ad esempio di 60’ oppure di 10’) che è legata ai fenomeni
meteorologici della regione, e le variazioni del campo della
velocità istantanea attorno al valore medio durante una raffica,
che sono invece legate alla turbolenza locale del vento.
Si
adotterà la velocità media U per definire l’intensità
del vento, in funzione del clima della regione e delle caratteristiche
di esposizione della costruzione (altitudine, accidentalità
del suolo, presenza di schermi). Si introdurrà d’altra parte
la distribuzione statistica spazio-temporale della velocità
istantanea intorno ai valori medi per definire la turbolenza
del vento. Tale turbolenza genera rapide e disordinate variazioni
dell’intensità, direzione e verso del vettore velocità (e quindi
della pressione).
Si
consideri un punto all’interno dello strato limite atmosferico;
dato il sistema di riferimento avente l’asse x orientato
nella direzione della velocità media del flusso, che risulta
nella maggioranza dei casi orizzontale, l’asse y tale
da formare con l’asse z, verticale e diretto verso l’alto, una
terna trirettangola destrorsa, la velocità istantanea del vento
può essere espressa mediante la relazione
|
|
|
(1.1)
|
dove
con i, j e k si sono indicati i versori
degli assi x, y e z e con u,
v e w le componenti della velocità del vento lungo
tali assi.
Un
modello approssimato, adottato per l’analisi dei flussi turbolenti
e che ha condotto con il necessario ausilio dei dati sperimentali
a risultati soddisfacenti in numerose applicazioni, consiste
nel sommare in ogni istante, al valore medio della velocità,
i valori fluttuanti. Il valore medio della velocità può essere
ottenuto in questo modo:
|
|
|
(1.2)
|
Essendo
la velocità del vento in un dato punto usualmente idealizzata
come un processo stocastico stazionario, risulta, per la particolare
scelta del sistema di riferimento:
|
|
|
(1.3)
|
e
dunque:
|
|
|
(1.4)
|
dove
con U si è indicato il valore medio della velocità del
vento e con l’apice le parti fluttuanti a media nulla della
velocità. Queste parti fluttuanti del processo sono dette componenti
della turbolenza.
Vengono,
inoltre, indicati come intensità della turbolenza i rapporti
adimensionali tra gli scarti quadratici medi delle componenti
della turbolenza e la velocità media del vento:
|
|
|
(1.5)
|
Le
registrazioni anemometriche mostrano che la turbolenza atmosferica,
cioè la parte fluttuante della velocità del vento, può essere
considerata, con sufficiente approssimazione, come un processo
stazionario gaussiano a media nulla, e pertanto il modello probabilistico
della turbolenza è sufficientemente descritto dalle quantità
definite dalle (1.2)
e (1.5).
Ne consegue che la descrizione probabilistica della velocità
del vento è data attraverso la sola conoscenza della funzione
di probabilità PV(V), che essendo di
tipo gaussiano, è completamente descritta dalla sua media e
dalla sua varianza. La descrizione armonica, invece,
è data attraverso la conoscenza della funzione di correlazione
R(t) nel dominio del tempo, o della sua trasformata
di Fourier, rappresentata dalla funzione densità spettrale di
potenza Sf, nel dominio delle frequenze.
Cioè le due espressioni di Sf e di R(t)
sono legate dalle relazioni:
|
|
|
(1.6)
|
In
letteratura sono reperibili diverse espressioni che definiscono
la densità spettrale di potenza delle componenti della turbolenza.
Per quanto concerne la componente longitudinale, la più nota
è certamente quella dovuta a Davenport:
|
|
con
|
(1.7)
|
dove
con si indica la velocità
di attrito, una quantità che dipende dalla rugosità del sito
e misura gli sforzi tangenziali a contatto col suolo, e con
U10 si indica il valore medio della velocità
alla quota di 10 m.
Oltre
alla (1.7)
esistono altre espressioni che fanno dipendere la densità spettrale
di potenza dalla quota.
Per
gli spettri delle componenti laterale e verticale della turbolenza
vengono usualmente utilizzate espressioni rispettivamente del
tipo:
|
|
|
(1.8)
|
dove
rappresenta
una frequenza ridotta, ossia la quantità:
|
|
|
(1.9)
|
3.6.2 Profilo della velocità media del vento
La
resistenza all’avanzamento esercitata sulle masse d’aria dal
suolo, a seconda dello stato della sua superficie e della presenza
di ostacoli naturali o artificiali, genera nel vento una forte
turbolenza che dà luogo a variazioni rapide della velocità e
della direzione del vento.
Le
(1.2), (1.5),
(1.7) e (1.8)
forniscono una descrizione locale delle caratteristiche
del vento; resta tuttavia da fornire una descrizione della distribuzione
spaziale di tali caratteristiche. La velocità media del vento
(e la sua direzione), le intensità delle componenti della turbolenza
e gli spettri di queste sono, infatti, all’interno della strato
limite atmosferico, funzioni della quota.
Ad
una certa quota, velocità e direzione del vento non sono più
influenzate dall’attrito esercitato dalla superficie terrestre;
al di sopra di tale quota, velocità e direzione del vento possono
in conseguenza assumersi costanti con l’altezza.
Procedendo
da tale quota verso il suolo, la velocità media è in generale
rallentata dall’attrito fornito dalla superficie del terreno.
Ne
consegue una variazione di U con l’altezza che dipende,
in teoria, dalla densità dell’aria, dalla sua viscosità e dalla
rugosità del terreno. Per gli interessi dell’ingegnere strutturista,
tuttavia, si ritiene solitamente adeguato rappresentare il profilo
della velocità media U del vento mediante una relazione
dl natura empirica del tipo rappresentato dalla seguente legge
di potenza:
|
|
|
(1.10)
|
dove
z è la quota alla.quale si vuole determinare la velocità
media, Uref è la velocità alla quota di riferimento
zref e a
è un coefficiente che dipende dalia rugosità del sito. Tale
parametro assume valori che variano da 0.16 in zone pianeggianti
o in mare aperto fino a 0.40 per i centri di grandi città.
Relazioni
di questo tipo non si accordano perfettamente con i rilievi
sperimentali nello strato limite tra il suolo e qualche decina
di metri. Tuttavia il tener conto di una discontinuità del profilo
della velocità U(z) darebbe luogo a correzioni
insignificanti sul valore dei carichi che ne risultano sugli
edifici.
L’espressione
(1.10) è rappresentata,
in alcuni casi tipici, nella Figura 1.9.
Figura
1.9 – Profili della velocità media del vento per terreni variamente
accidentati
Una
ulteriore osservazione può essere di qualche utilità: quando
il vento soffia da una zona senza ostacoli verso una zona che
presenta asperità superficiali, o viceversa, ha luogo un cambiamento
nel profilo della velocità media. Significative differenze nel
profilo si verificano per lo più nei primi 150 m, e correntemente
si ritiene che un percorso di un km circa sottovento, a partire
dal punto dove ha luogo il cambiamento di accidentalità, sia
sufficiente ad esaurire i cambiamenti nel profilo delle velocità.
Tali cambiamenti di regola hanno luogo più velocemente quando
il vento soffia da una superficie non rugosa verso una rugosa.
3.6.3
L’interazione vento-struttura nel caso di ciminiere a sezione
circolare - il numero di Reynolds
L’esistenza
di uno strato limite superficiale “attaccato” alla superficie
del corpo è possibile solo se tale corpo ha particolari caratteristiche
geometriche: infatti zone a forte curvatura producono forti
accelerazioni e quindi forti riduzioni della pressione, alle
quali seguono poi rapidi rallentamenti e conseguenti ricompressioni.
Lo strato limite superficiale non è tuttavia in grado di sopportare
ricompressioni troppo brusche o troppo prolungate ed il continuo
rallentamento della velocità nei pressi della parete porta alla
“separazione” dello strato limite, cioè alla completa modifica
della tipologia del flusso.
La
separazione o meno dello strato limite e, soprattutto, la distribuzione
ed il comportamento dei vortici nel tempo, determinano l’entità
e la tipologia delle forze aerodinamiche agenti sui corpi.
In
via del tutto generale si può dire che, per la descrizione dei
carichi aerodinamici su di un corpo, si utilizzano di norma
coefficienti adimensionali definiti tramite le relazioni:
|
|
|
(1.11)
|
avendo
indicato con Fi le componenti i-esime
della forza risultante agente sul corpo, con V la velocità
del vento a monte del corpo e con S una superficie di
riferimento.
I
carichi suddetti sono in generale caratterizzati da componenti
medie e da componenti variabili nel tempo, che sono descrivibili
mediante la loro varianza e la loro funzione di densità spettrale
di potenza. In linea generale si può affermare che le ciminiere
a sezione circolare sono caratterizzate da scie e carichi aerodinamici
stazionari nel tempo.
La
modellazione del flusso d’aria che investe un corpo può essere
ben descritta dal numero di Reynolds Re che
rappresenta, appunto, un parametro che permette di stabilire
le caratteristiche dello strato limite in relazione alla geometria
del corpo.
Figura
1.10 – Flussi d’aria su cilindri circolari
In
linea di massima si può affermare che con l’aumentare del numero
di Reynolds i moti vorticosi diventano sempre più marcati: con
riferimento alla Figura
1.10 si può notare che per moti con Re=1 il
flusso d’aria che investe il corpo è di tipo laminare; con l’aumento
di Re la cinetica dei vortici varia continuamente:
per 30<Re<5000 si
instaura un meccanismo per cui le sottili strisce vorticose,
non appena emesse dal corpo, tendono ad “arrotolarsi”, dando
vita alla formazione di vortici che si staccano alternativamente
dai due punti di separazione con una frequenza regolare fs
e formano a valle la cosiddetta scia di Von Karman. Questo
fenomeno riveste un’importanza fondamentale nel caso di ciminiere,
in quanto la concentrazione di vortici produce, all’esterno
di tali zone, velocità rotatorie rilevanti e quindi una forte
resistenza a causa dell’alto contenuto energetico della scia.
L’altro aspetto fondamentale della scia di Von Karman
è che essa è responsabile dell’esistenza sui corpi di forze
in direzione trasversale e longitudinale variabili nel tempo
con frequenze rispettivamente pari e doppia rispetto a quella
di distacco dei vortici.
Per
concludere il discorso sul numero di Reynolds, si nota che per
5000<Re<200000, i moti vorticosi diventano
sempre più compatti finché, per Re>200000,
i vortici creatisi si compattano al punto da formare una scia.
Figura
1.11 – Flusso
turbolento su un corpo cilindrico a sezione circolare con formazione
di scia
Il
numero di Reynolds Re è definito, nel caso
di flusso bidimensionale e di cilindri a sezione circolare,
dalla formula:
|
|
|
(1.12)
|
dove
con n si è indicata la viscosità dell’aria, pari
a ,con U(z)
la velocità media del vento espressa in ms-1 e con
b(z) il diametro espresso in m.
Per
quanto riguarda le componenti medie delle forze, di notevole
importanza è la dipendenza del coefficiente di resistenza CD
(vedi la (1.11) )
dal numero di Reynolds; si può infatti osservare che, mentre
per corpi spigolosi tale dipendenza è trascurabile, essa diventa
sempre più sensibile quanto più il corpo è arrotondato. Nel
caso di cilindri a sezione circolare si ha un dipendenza come
mostrato in Figura 1.12.
Figura
1.12 - Dipendenza di CD dal numero di Reynolds
per cilindri circolari
Questo
comportamento dei corpi a sezione circolare è legato al fenomeno
della transizione, cioè al fatto che a valori di Re
sufficientemente alti, lo strato limite può passare dallo stato
laminare, con moto per falde parallele, a quello turbolento,
con presenza di fluttuazioni aleatorie che provocano un maggior
rimescolamento, che, globalmente, ha un maggior contenuto energetico.
La conseguenza di ciò è che lo strato limite turbolento provoca
azioni di attrito superiori rispetto a quello laminare, ma è
anche in grado di sopportare aumenti di pressione maggiori,
e perciò di separarsi dalla superficie del corpo più a valle.
Ciò è quanto avviene per corpi arrotondati, con una conseguente
riduzione della dimensione della scia e del coefficiente di
resistenza CD per numeri di Reynolds abbastanza
alti.
E’
perciò abbastanza evidente che tutti i parametri che possono
influenzare la transizione dello strato limite da laminare a
turbolento hanno un’influenza significativa sulla curva CD
- Re di corpi a sezione circolare. E’ questo
il caso della rugosità superficiale del corpo, che tende ad
anticipare la transizione, e quindi a spostare a numeri di Reynolds
inferiori la corrispondente diminuzione di CD.
Un
punto essenziale, che va comunque anticipato e che verrà ripreso
in maniera più approfondita nel capitolo successivo, è che la
riduzione del coefficiente di resistenza nel cosiddetto regime
critico della curva CD - Re
non è giustificabile solamente con la riduzione della dimensione
della scia a causa del ritardato distacco dello strato limite
turbolento rispetto a quello laminare: infatti per avere un
distacco alternato regolare di vortici è necessario che i vortici
vengano immessi nella scia in modo spazialmente e temporalmente
correlato; se ciò non avviene i vortici non possono organizzarsi
in nuclei concentrati e quindi producono un campo di perturbazione
avente energia cinetica nettamente inferiore: ciò comporta una
forte riduzione della resistenza e, come vedremo, delle forze
oscillanti trasversali.
Nell’ambito
della progettazione delle ciminiere, tutto questo è di fondamentale
importanza perché il distacco dei vortici influenza notevolmente
il valore delle forze agenti sul corpo. Il meccanismo di distacco
dei vortici, infatti, induce forze oscillanti molto maggiori
nella direzione trasversale alla corrente che in direzione assiale;
in conseguenza di ciò le eventuali oscillazioni indotte dal
distacco alternato dei vortici possono avvenire alla frequenza
fs, pressoché esclusivamente in direzione
trasversale.
|